Patrick George Michel Zaki Soleyman, attivista LGBT contro il Governo dell’Egitto, flash mob a Bologna – Laika, Stavolta andrà tutto bene 

In murales Regeni abbraccia Zaki, stavolta andrà tutto bene

A chi giova il “caso”del cittadino egiziano Zaki? .. ai cugini francesi, che vorrebbero sostituire (in Egitto) Eni con Total? .. chi altro? Qui Blondet (del 9 febbraio!) riferisce la posizione degli impazienti della prim’ora:

Intendiamoci, la Francia è un grande paese (stanno anche facendo una rivoluzione) .. non è detto lo facciano per danaro, ma al contrario (forse) per l’  “honneur” … come insegnano ..

Per creare il “caso internazionale” dei soliti torturatori (da noi non si fa?) si avvalorano ipotesi-di-parte, al di fuori di qualsiasi prova o testimonianza diretta sul trattamento del detenuto. Riporto in calce le accuse vaghe e anonime del sempre guerreggiante Manifesto (*)   .. in modo molto più sbrigativo di quanto si fa, ad esempio, per il quasi dimenticato Julian Assange (le cui recenti immagini sono inquietanti). Persino la pacata ticinonews cade nel tranello (non cita alcuna fonte neutrale):

.. inevitabile la reazione di piazza dell’Università di Bologna, senza dubbio in parte genuina ..  prova di piazza in “stile sardine” .. .. :
L’attivista LGBT -v. sopra- nel murales di Laika .. adeguatamente ritratto? .. studiava a Bologna ma era egizianissimo, quindi soggetto alla legge di quel Paese, certamente non entusiasta dei moderni aneliti esistenziali dell’occidente (anche da noi tanti immigrati musulmani interpretano i “diversi” come persone da colpire, anche fisicamente):

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puntata precedente:
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(*) «Il rapporto sull’arresto di Patrick falsificato, così l’Egitto nasconde le torture»

Italia/Egitto. Parla un attivista egiziano, amico dello studente arrestato: «Il Cairo non si aspettava la reazione italiana. Per questo fate più rumore possibile». Il regime ha già scatenato i media: lo accusano di «diffondere l’omosessualità»
«La situazione dei diritti umani in Egitto ha raggiunto probabilmente il punto più basso nella storia moderna del paese in questi ultimi sette anni. A parte gli egiziani, nessuno conosce questa realtà meglio degli italiani, colpiti dalla tragica morte di Giulio Regeni». A parlare è un amico egiziano di Patrick, anche lui attivista per i diritti umani, che chiede di restare anonimo per questioni di sicurezza.

«Le persone coraggiose che lavorano in questo campo sanno che quanto più il loro lavoro diventa pericoloso tanto più si fa necessario. I loro sforzi instancabili sono ciò che indebolisce l’oppressione. Patrick ne è un esempio».

Il suo trascorso con l’Egyptian Initiative for personal rights (Eipr) è bastato a renderlo un obiettivo del regime. In particolare sarebbe finito nel mirino degli apparati di sicurezza durante il giro di vite seguito alle proteste anti-corruzione del settembre scorso.
«Gli uffici dell’Eipr si trovano proprio nei pressi di piazza Tahrir (dove le forze di sicurezza in quel periodo hanno condotto una campagna serrata di fermi e perquisizioni, ndr) ma dato che Patrick si trovava già all’estero e non era ancora mai tornato in Egitto hanno solo potuto inserirlo nella ‘lista nera’ degli aeroporti», ci spiega l’amico.
Ma che bisogno c’era di torturarlo? «Secondo il suo avvocato non credevano che Patrick fosse in Italia solo per studiare e volevano pressarlo per sapere cosa stesse ‘davvero’ facendo», continua l’attivista, che ben conosce la paranoica fobia del complotto degli apparati egiziani.

  • «Hanno anche voluto umiliarlo per il suo lavoro sulle questioni di genere. Hanno minacciato di violentarlo ma fortunatamente non l’hanno fatto. Ma in fin dei conti lo hanno torturato perché in realtà è questo che fanno, non c’è da cercare spiegazioni».

«Non è del tutto chiaro – continua l’amico – perché il rapporto sul suo arresto sia stato falsificato, ma è probabile che servirà a rendere più difficile dimostrare le torture. Così facendo loro negano ‘l’esistenza’ di quelle 20 ore di interrogatorio».
Rispetto alla forte reazione dell’opinione pubblica italiana l’attivista dice: «Sono ancora meravigliato di come il mio caro amico stia diventando famoso e del livello di copertura mediatica». Il fatto che il regime abbia reagito semplicemente dichiarando che Patrick non è italiano (anche se nessuno ha mai affermato niente del genere), «sembra un modo di dire agli italiani che non devono intromettersi e che qualunque cosa gli accadrà non sarà un altro Regeni».
Tradotto: non vi permetteremo di sollevare un caso su un prigioniero egiziano. L’altra reazione del regime è stata quella di scatenare i media legati ai servizi con i soliti attacchi denigratori contro lo studente dell’università di Bologna, accusandolo di voler «diffondere l’omosessualità» nel paese.
Protagonista della surreale trasmissione è stato Nesh’at al-Deihy, lo stesso conduttore che alcuni mesi fa aveva preso di mira lo storico attivista in esilio Bahey el-din Hassan per una sua intervista al manifesto.
«Non credo che le autorità egiziane si aspettassero una reazione del genere», spiega la fonte. «A parte queste uscite sono rimasti per lo più in silenzio, può darsi non abbiano ancora elaborato una strategia. Una situazione molto simile al caso Regeni, in cui la gestione fu molto improvvisata e maldestra. Non ci fu affatto una strategia».
E alla domanda su cosa si possa fare da qui per sostenere la richiesta di liberare Patrick la risposta è secca: «Fare quanto più rumore possibile».
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